Spesso la gamification viene chiamata in causa quando si parla di teamwork. I giochi aziendali tanto in voga ne sono un esempio, e l’idea di base è che il gioco possa contribuire a rafforzare lo spirito di squadra, l’affiatamento collettivo, il sistema ad incastro di diverse competenze per un esito più della somma delle parti.

Da parecchio ne scrive, e benissimo, il buon Alberto Donadoni sul suo blog, evidenziando come il mero risultato, bianco o nero, sia una convenzione da relativizzare. E di un simile sprono ce n’è bisogno, eccome.

Spesso si è sbandierato il potenziale della dinamica ludica oltre la competizione, ma poco ne sono stati sviscerati i parametri. Diciamo che il gioco in quanto tale risente dello scontro, e vedere due squadre che si fronteggiano, un verdetto netto e un vincitore sopra un perdente sono spinte di non poco conto. Si direbbe che è qui che pulsa il segreto dell’engagement.

Eppure nell’educational technology è stato dimostrato che “insieme” funziona meglio di “versus” (to sum, guardate qui).  Siamo davvero animali sociali, quindi, e non votati alla mera distruzione dell’avversario? Così pare, così potrebbe essere.

E quindi, come realizzare un simile potenziale? I fattori da considerare sono molteplici, ma possiamo iniziare con un’analisi dei ruoli in gioco, o meglio sulla rispettiva simmetria. In sintesi, quanto i diversi profili divergono in abilità, obiettivi e potenziale. Un estremo è la completa simmetria, quando tutti i giocatori sono copia di una copia di una copia a livello di premesse e attività. All’opposto, l’asimmetria descrive uno stato in cui ogni player ha un proprio orientamento e set di regole-funzioni. La prima facilità un’esperienza bilanciata, ma la seconda aumenta l’engagement, e, soprattutto, potenziali elementi di cooperazione.

Prendete Overwatch (20 milioni di utenti) e i suoi differenti eroi per comprendere come questo possa funzionare sia a livello competitivo che collaborativo. Oppure i vari MMORPG (mondi online massivi con milioni di utenti ed elementi ruolistici), che si basano su una gestione del team corale e multi-faced (chi cura, chi attacca, chi assorbe danni, chi colpisce da lontano, e così via).

Ora, traslate in ambiti non da hardcore gamer, e potete scorgerne il valore. Creare anche due, tre fazioni che non devono uccidersi, ma cooperare. Date loro differenze estetiche, ma anche a livello di meccaniche. Nutrire affiliazioni orientate.

Ricerche dimostrano che è così che si crea sapere, soddisfazione, outcome: cooperazione via ruoli asimmetrici. Poi ci può essere un fronte di competizione, certo, ma questo versante merita tutta la vostra attenzione.

Del resto, come Elias e colleghi (p.94) osservano, la simmetria assoluta è impossibile. Ogni individuo mette del suo, non importa quanto trucchi di specchio siano inseriti nell’esperienza. Al contrario, la collaborazione passa spesso da diversi ruoli che devono completarsi a vicenda per ottenere il massimo risultato. Sfruttare l’individualità come motore di condivisione, non di orgoglio fine a se stesso. Mentre uno è un moltiplicatore, l’altro è pura, e alla fine inutilissima, stasi.

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