Spesso mi capita di esprimere contrarietà per gli eccessi anglofoni in ambito formativo. L’italiano ha molte frecce al suo arco semantico, sicuramente più di quante ne abbia l’inglese.

In una cosa tuttavia gli albionici battono i latini: nella sintesi e nella globalizzazione dei concetti.

Ad esempio, il termine gioco in italiano non ha sinonimi (se non un antiquato e riduttivo passatempo), mentre in inglese esistono play e game. Se il secondo è limitato e limitante quanto quello italiano, il primo dà un’accezione più allargata di ludicità.

Play è giocare (più specificatamente per l’infanzia, che è quella che gioca sul serio, quella che Caillois definisce Paidìa in contrapposizione con il Ludus degli adulti) ma anche suonare e recitare. Fin qui niente di nuovo, lo so benissimo. Ciò che invece trovo abbastanza interessante è il fatto che questa accezione più allargata è quella che svela meglio il senso della gamification – che a questo punto, volendo essere proprio rigidini e coerenti sarebbe più corretto chiamare playfication.

Riprendo da un altro punto di vista: tempo fa l’amico e giovane guru della gamification Christian Zoli mi ha illustrato la curva di flusso, quel diagramma in base a cui fino a un certo punto –soggettivo- l’interesse per i bisogni primari, come dice Maslow, non ha niente a che fare col divertimento. Si lavora perché i soldi ci servono per le basi vitali. Si fa formazione, anzi informazione, perché si deve conoscere la circolare n.752ak47 e se non la impari a memoria non la puoi applicare e ti licenziano e non mangi.

Ma a un certo punto questo bisogno diminuisce, e il denaro o l’impegno informativo perdono progressivamente interesse e stimolo: subentra altrettanto progressivamente il bisogno di esser contenti nel fare le cose. Certo è capitato a ciascuno di noi di pensare almeno una volta nella vita: per questa cifra non vale la pena… oppure: queste due ore di circolare 752ak47 mi fanno spegnere il cervello.

Qui entra in campo il concetto di divertimento, che è ovviamente come già detto anche per altre cose, soggettivo: c’è chi pensa che sia una palla pazzesca stare due ore a guardare un galleggiante immobile in uno stagno e chi si alza alle quattro del mattino invernale per stare due ore a guardare lo tesso galleggiante immobile in uno stagno.

Ecco, gamificatio-playfication è questo: fare le cose perché provi un piacere che il corrispettivo canonico non ti dà; e portare la gamification-playfication nel mondo del lavoro o della formazione sta nel trovare qualcosa che fa piacere al focus di quelli che vengono coinvolti, pur sempre finalizzando la cosa a mete realistiche.

Lascio la forma lavorativa e markettara ad altri più ferrati di me e cerco di approfondire un minimo quella che conosco meglio, quella legata alla formazione esperienziale, che a tutto diritto si potrebbe anche chiamare playformazione.

Perché l’esperienziale, anche se non propone game, cioè giochi con gare, regole o lanci di dadi, è comunque e sempre un’ espressione di quella parte del concetto ludico che il già citato Caillois chiamava Mimicry, praticamente quel che i bambini chiamano “giochiamo che io ero”. Sia che si sviluppi indoor che outdoor.

Notare bene, non fingere di ma diventare, proprio come pretende il padre definitore del play teatrale Stanislawskj, altra attività legata alla playformazione a tutto diritto.

In formazione giocare che eravamo permette quattro cose fondamentali:

  •  uscire dal proprio vissuto di età e professione per permettere all’io più vero di manifestarsi senza troppe remore, cioè superare i filtri del si è sempre fatto così;
  • superare le differenze di gerarchia e di organigramma: ad accendere il fuoco giocando agli indiani sono più bravo io dell’AD…
  • correre rischi che non comportano prezzi diversi dal poter esaminare e ragionare sulle conseguenzeanche peggiori: posso anche morire in un role play, ma quando rinasco ciò mi permette di capire il perché sono morto ed evitare di cascarci ancora.
  • creare àncore mnemoniche che permettono di riportare nella vita reale riferimenti virtuosi sviluppati in ambito ludico: in riunione mettiti la maschera del mago se vuoi prendere al parola…

 

Ecco che la playification, qualcuno la chiama ancora stupendosi gaming come fosse una nuova pratica, nella formazione diventa quindi determinante non solo nel coinvolgere i partecipanti in un seminario altrimenti pallosamente rigido, ma anche e soprattutto per quella parte finale di public speaking che chiede al formatore di lasciare pezzi importanti di quanto detto nel pubblico che dovrà poi in qualche modo cambiare in meglio. Il che è quello per cui viene pagato.

Trasformare una sessione di problem solving in una caccia a Moriarty da parte di tanti ragionieri che fanno che erano Sherlock Holmes diventa quel quid in più che permette di fare meglio il lavoro di docente efficace.

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