La realtà aumenta (AR) può considerarsi una promessa oscillante, tra illustri precedenti, rivisitazioni Sci-fi e recenti applicazioni.

Con questo binomio si intende, per l’appunto, tecnologia al fine di potenziare la realtà. Non togliendola di mezzo, quanto aggiungendo particolari ed elementi capaci di moltiplicarne il potenziale in termini informativi e/o interattivi. Un esempio popolare quanto intuitivo è l’ologramma, non a caso cavallo di battaglia di progetti come Hololens e Magic Leap che mirano a cambiamenti epocali della nostra quotidianità.

Si passa poi all’essenza di un device come tramite per visualizzare simili aggiunte, tra prodotti ludici in loco a suggestioni su schermo d’impatto come quelle offerte dal mai dimenticato Minority Report.

Lo scenario mobile è probabilmente una fucina di intenti ed esperimenti per questo tipo di sperimentazioni. Tutti conosciamo l’onda d’urto generata da Pokémon Go.

La realtà aumentata è effettivamente pura potenza. Il sogno di migliorare il mondo che ci circonda, colmarlo di ulteriore senso e, perché no, sfruttare quell’“augmented” per scopi educativi, promozionali e così via.

Un esempio recente ci è fornito da Paypal Hunt, ma sul fronte learning da tempo le soluzioni e i test abbondano.

Tra i vari esiti, ci sono alcuni elementi di questa tecnologia che sono emersi, e che devono essere considerati.

Prima di tutto, impongono un carico cognitivo non indifferente a cui non siamo ancora mediamente pronti. In altri termini, districarsi tra ologrammi e aggiunte alla realtà non è facile né intuitivo quanto sembra. Alcun problema vero, trattasi di abitudine mediale, tra qualche anno probabilmente acqua passata e scaduta. Eppure, here and now la AR deve essere dosata con cura, senza strafare, un quesito/quest alla volta.

Secondo, la reazione con lo spazio reale non è scontata, e bisognerebbe interrogarsi su come potenziare il contesto che ci circonda, invece di oscurarlo. Se nella VR questa sovrapposizione è in parte nell’equazione, nella mixed reality (sinonimo di AR) il discorso cambia. C’è già chi si interroga su come potenziare questa sinergia, ma gli orizzonti sono ancora tutti da sbloccare.

Terzo e in direzione contraria, l’effetto visivo non basta. Tornando su Pokémon Go, la decrescita dei giocatori è significativa ed è emblema di come uno scarso supporto da parte dei developer può indebolire un prodotto. Le meccaniche su cui AR può basarsi sono tra le più molteplici, ma devono essere solide ed espanse gradualmente.

Si prenda Ingress, il cui sviluppo è stato ben pianificato e rodato e la cui unica colpa è non aver avuto un franchise di richiamo alle spalle. Pokemon Go è stato funestato da bug, cheating e decisioni che poco hanno intercettato i desideri della community. Da qui l’emorragia di utenti, che once again non devono essere mai dati per scontati dopo il primo giro di danza.

Insomma, riforme, non rivoluzioni.

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