Per quanto sia già apparso su queste pagine, lo sparatutto competitivo a squadre Overwatch non finisce mai di essere una risorsa, un’ispirazione, una lente per inquadrare non solo il settore videoludico ma anche un certo modo di utilizzare tecnologia e pratiche mediali.

Questa considerazione può e deve estendersi anche nei riguardi della gamification, capace di essere tutto e niente, tra termini anglosassoni roboanti ed entusiasmi della prima ora, anche se ormai è meriggio inoltrato. A supportarci sono i quasi 30 milioni di giocatori che sono stati convinti dalla hit Blizzard, ma anche riconoscimenti importanti come il DICE’s “Game of the Year” award e il Game Awards’ Game of the Year.

Appunto, nella cerimonia di consegna di contanti trofei, il game director Jeff Kaplan ha chiarito alcuni punti sulla genesi del proprio pargolo e di come viene continuamente nutrito e aggiornato. Partiamo da questa frase:

“Inclusivity and open-mindedness was the goal. Diversity was the beautiful end result.”

Setting, personaggi e background sono stati selezionati con una camera a 360 gradi, senza farsi intimidire dalla dieta mediale del giorno. Troviamo madri, personaggi queer, caricature di stereotipi machi, paesi arabi avanzati e splendenti, un mondo futuro tinto di colori accesi e vivaci. Vi è ottimismo, ci sono sorrisi, e questo perché non si è fatto altro che riprodurre la meravigliosa diversità che ci circonda. Anzi, si è voluto andare oltre, tentando di visualizzare un’armonia che per quanto lontana, è possibile.

Passiamo poi al far incontrare i giocatori, da loro motivo di spronarsi-interagire su molteplici livelli, anche professionali.

Nel terzo trimestre 2017 verrà lanciata l’Overwatch League, non altro che un vero e proprio campionato su base territoriale (con ricompense, sponsor, stadi gremiti) ma senza restrizioni di nazionalità, razza e sesso. In questo modo, la collaborazione non sarà limitata da parametri statici quanto desueti, ma realizzerà il proprio vero potenziale. Si aprirà un nuovo orizzonte di sinergie e dinamiche che potrebbe insegnarci molto sul teamwork e discorso interculturale de facto.

Molte realtà di gamification sono schiave di questi quadri e mirano al semplice e rodato quando si tratta di personalizzazione e narrazione dell’ambiente di gioco.

Overwatch ci insegna ancora una volta che diversità non è complessità, ma pura e semplice bellezza da giocare, apprendere e con cui avanzare, un confronto alla volta.

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