Se giocare è universale, spesso il game development non lo è. In molti credono che un’ottima idea di gioco possa tradursi automaticamente in un prodotto finale vincente, ma questo passaggio è tutt’altro che indolore.

Questo per due motivi.

Il primo riguarda la competenza richiesta nel pianificare un’esperienza ludica che possa definirsi vincente per gli obiettivi che si pone. Viene da sé che nella gamification un simile ragionamento si lega agli instructional goal posti a monte, e tuttavia organizzare, mantenere e incanalare l’engagement è a prescindere un’operazione delicata, basata su equilibri precisi e una fase di cristallina preparazione. In diversi articoli abbiamo accarezzato tali nozioni, che richiedono training e tanta, tantissima gavetta.

Insomma, Rome was not built in a day.

Il secondo si basa sui tool necessari per attualizzare il gioco, spesso considerati la parte noiosa del processo creativo ma che, al contrario, ne definiscono i tratti e il linguaggio. E qui si apre un ulteriore ambito di skill e saperi, come dimostrato dagli enormi – e preparatissimi –  team di sviluppo dietro all’ennesimo Call of Duty. Professionalità che anche qui non si inventano ma si alimentano in anni e anni in concerto con avanzate tecniche di gestione risorse e teamwork.

Idee e programmazione non sono due processi separati quanto contigui e coerenti. Non solo devono andare d’accordo, ma letteralmente danzare insieme. Una sfida che spesso viene persa per eccessivo ottimismo, incauta pianificazione, voli pindarici – pensate agli sviluppatori indipendenti, tra tonfo e trionfo, utopie e miopie.

Eppure qualcosa si sta muovendo. Esistono diversi programmi in grado di avvicinare il grande pubblico allo sviluppo videoludico in modo da testare suggestioni e progetti in modo, se vogliamo, democratico. Possiamo intendere software come Scratch o Clickteam Fusion 2.5 alla stregua di introduzioni per iniziare a capire cosa vuol dire applicare il game design, vederlo muoversi, cadere e possibilmente rialzarsi. Anche i ben più potenti Unreal Engine e Unity offrono ottimi tutorial per chi è alle prime armi, e la rete abbonda di guide, consigli e how-to.

Merita una specifica menzione Roblox, piattaforma di gioco bottom-up nata oltre 10 anni che attualmente offre 16 milioni di gioco user-made. Questo perché se da una parte è possibile accedere a una varietà praticamente infinita di esperienze ludiche, Roblox porta con sé un editor potente – Roblox studio – su cui si basa la sua intera libreria. Possiamo quindi progettare e testare diverse soluzioni di gameplay, dal platform al gioco di ruolo, dopo poche ore di riscaldamento. Basato sul linguaggio LUA per lo scripting e un’interfaccia accessibile, Roblox studio rappresenta un’ottima risorsa per educatori, curiosi e aspiranti game designer che intendono intraprendere la strada verso tool avanzati, spesso troppo ostici come primi passi. Molti dei suoi pilastri sono infatti tipici della programmazione vera e propria, mentre prodotti come Minecraft seguono percorsi e pattern maggiormente astratti e annacquati.

Di interesse risulta inoltre la comunità in quanto tale, che dice molto sui trend d’engagement attuali e su come grandi e piccoli adottano e plasmano soluzioni di design rodate come alternative. Del resto, da qui probabilmente emergeranno alcuni dei game designer di domani.

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